Infiammazioni intestinali e Artriti della colonna vertebrale

Infiammazioni intestinali e Artriti della colonna vertebrale

Disturbi reumatici e infiammazione intestinale: perché sono correlati?

Nel paziente reumatico è frequente trovare oltre all’artrite anche sintomi tipici dell’infiammazione intestinale. Spesso sono sintomi presenti da tanti anni tanto da sottovalutarli. Mi riferisco al gonfiore addominale, diarrea, aumento progressivo del peso, stanchezza. Un’alimentazione ricca di carboidrati con infiammazione da glutine ne è spesso la causa. Cosa fare in questi casi?  Ecco la mia esperienza.

Il nuovo approccio sul paziente reumatico

Le malattie reumatiche sono malattie sistemiche che interessano tutto l’organismo compromettendone le funzioni vitali. Il reumatologo moderno non può ignorare che anche un’alimentazione antinfiammatoria è in grado di migliorare dal punto di vista generale il paziente reumatico. Questo l’ho scoperto oramai da più di un decennio e attualmente il mio approccio personalizzato si compone di:

  • visita internistica
  • esecuzione del test Recaller, per escludere l’infiammazione da cibo (ex intolleranze alimentari).
  • piano alimentare antinfiammatorio a Zona e Dieta di Rotazione per correggere l’infiammazione da cibo
  • riequilibrio della flora batterica intestinale (microbiota)
  • prescrizione terapia convenzionale e/o non convenzionale reumatologica.

Se hai la  Spondiloartrite ascolta l’intestino 

Nel paziente con spondiloartrite attenzione deve essere posta su due patologie infiammatorie croniche dell’intestino, spesso assimilate tra loro:

  • La Rettocolite Ulcerosa
  • Il Morbo di Crohn

Classificazione delle Spondiloartriti:

  • Artrite psoriasica
  • Artriti reattive
  • Spondilite anchilosante
  • Spondiloartriti associate alle infiammazioni intestinali croniche (IBD)
  • Spondiloartriti dell’infanzia
  • Spondiloartriti non differenziate

Quando sospettare la spondiloartrite

Le spondiloartriti possono presentarsi con sintomi variabili, difficili da diagnosticare, con conseguente diagnosi ritardata o mancata. I fattori di rischio includono recenti infezioni genitourinarie e storia familiare di spondiloartrite o psoriasi.

Segni di sospetto

  • muscolo-scheletrici: lombalgia infiammatoria, entesite (infiammazione nel punto in cui un tendine si inserisce sulla parte ossea) e dattilite (infiammazione di un intero dito, incluse le articolazioni, i tendini e le entesi);
  • extra-articolari: uveite, psoriasi incluso il coinvolgimento ungueale.

I sintomi e le aree articolari sono variabili e interessano:

  • tendini, le capsule articolari, le zone di inserzione del tendine sull’osso (entesi)
  • se meno di 5 articolazioni (ginocchio, spalla, caviglia, regione sacroiliaca, anca) danno l’artrite oligoarticolare.
  • se sono coinvolte più di 5 articolazioni, di solito le piccole articolazioni di mani o piedi, si ha l’artrite poliarticolare.
  • l’interessamento uniformemente di un solo dito della mano o di un piede definisce il dito a salsicciotto
  • l’occhio può essere cointeressato (uveite) e si consiglia una sorveglianza oculistica periodica
  • apofisite della colonna vertebrale e sacroileite. E’ un dolore localizzato nella regione lombare o glutea senza oltrepassare mai il ginocchio (sciatica mozza)”. Il paziente si sveglia verso le 3 di notte, deve alzarsi e muoversi per alleviare i sintomi.

 

Diagnosi clinico-strumentale di Spondiloartrite

La diagnosi clinica è importante perché precede di anni le manifestazioni radiologiche. Bisogna attenersi ai criteri clinici ASAS per la diagnosi. E’ necessario che siano presenti almeno 4 di essi per porre la diagnosi di Spondiloartrite sieronegativa:

  • Età di esordio inferiore ai 40 anni con dolore lombare presente da oltre tre mesi
  • Miglioramento del dolore col movimento e aggravamento col riposo
  • Dolore prevalentemente notturno da svegliare il paziente, spesso presente in regione glutea
  • Presenza di rigidità mattutina che migliora dopo mezzora
  • La risonanza magnetica (RMN) è importante per la diagnosi di infiammazione delle articolazione sacroiliache sin dalle prime fasi di malattia. Avremo quadri di lieve riassorbimento osseo sino ad aspetti erosivi o di anchilosi ossea.
  • In caso di dito a salsicciotto, di tendiniti, entesiti, l’ ecografia articolare powerDoppler, è in grado di valutare le fasi infiammatorie sin dall’inizio sino a riconoscere le erosioni articolari.

Gli esami ematici sono quasi sempre normali.  La ricerca dell’antigene di istocompatibilità HLA B27, è caratteristico nella spondilite anchilosante nel  70 % dei casi. Ma attenzione che circa un 30% sono portatori sani e quindi esenti da malattia.

La Terapia nelle Spondiloartriti

La terapia è differente nel caso si tratti di fase di esordio e di fase cronica.

  • Antinfiammatori COX2 dell’ultima generazione come l’Etoricoxib.  E’ in grado di bloccare le ciclossigenasi COX2 aumentate in corso di uno stato infiammatorio, con riduzione delle prostaglandine PGE2, ad attività infiammatoria.
  • La Sulfasalazina:è uno dei farmaci  che si usa di solito in prima battuta. Risulta più efficace nel trattamento delle artriti “periferiche” ma inefficace nell’infiammazione della colonna vertebrale, sacroileiti.
  • Il  Methotrexate(MTX) può trovare utile impiego anche nei pazienti con artrite associata con malattia di Crohn e colite ulcerosa.
  • I Farmaci Biologici: L’avvento dei farmaci biologici ha determinato un cambiamento epocale nella strategia di trattamento dell’artrite reumatoide, dell’artrite psoriasica, della spondilite anchilosante, delle enteroartriti. L’impiego dei farmaci biologici è indicato nei soggetti con artrite aggressiva ed in quelli con impegno dominante della colonna. In Italia i biologici più diffusi sono rappresentati da infliximab, il più usato, e l’adalimumab. E’ necessario subito chiarire che l’aggettivo biologico utilizzato in questo contesto non corrisponde a quello impiegato nel campo alimentare. Un alimento biologico è un prodotto genuino, non contaminato. Al contrario, il farmaco biologico è definito in questo modo perché costruito in laboratorio con tecniche di biologia molecolare. Pertanto è sempre un farmaco e come tale ha indicazioni, controindicazioni ed effetti collaterali.
  • La Vitamina D: i pazienti con malattie croniche infiammatorie intestinali presentano un rischio superiore per le fratture da osteoporosi rispetto alla popolazione generale. L’uso protratto di glucocorticoidi e l’attività di malattia a livello intestinale sarebbero correlati con la riduzione della massa ossea. È indispensabile, pertanto, garantire un corretto apporto di calcio e vitamina D e l’eliminazione dei fattori di rischio di frattura modificabili (fumo di sigaretta, sedentarietà, ecc). Potrà essere valutata l’opportunità, sulla base del rischio di frattura, di ricorrere a farmaci specifici (bisfosfonati, ecc).

Il cibo killer silenzioso nelle spondiloartriti

L’infiammazione silente è un’infiammazione cronica di bassa intensità, presente in ognuno di noi a difesa della salute. Solo se diventa intensa, con dolore, ce ne accorgiamo. Il sospetto che l’alimentazione errata potesse contribuire ad attivare o aggravare le malattie infiammatorie risale al 2010. Fu il prof. A. Fasano che con le sue ricerche evidenziò che nelle malattie reumatiche l’intestino ha un’aumentata permeabilità intestinale, “sindrome da leaky gut

Sindrome Leaky Gut

Cause e conseguenze dell’aumentata permeabilità intestinale

In questa situazione anatomica l’intestino è attraversato da molecole diverse, virus, batteri, funghi, che andranno a stimolare cronicamente il sistema immunitario. L’intestino sano è impermeabile con le sue maglie ben strette (villi intestinali). Ci sono sostanze che disattivano la proteina (zonulina) della parete intestinale. L’intestino a questo punto farà passare virus, molecole di cibi, nel sangue con sollecitazione cronica del sistema immunitario.

Cause non alimentari che aumentano la permeabilità intestinale

  • infezioni batteriche o virali
  • metalli pesanti (ad esempio il mercurio, alluminio, nichel)
  • stress
  • uso ricorrente di antibiotici

Cibi che aumentano la permeabilità intestinale

Famiglie di cibi che infiammano l’intestino con evoluzione verso le malattie autoimmunitarie:

  • glutine: presente in alcuni cereali come frumento, orzo, farro, segale, avena
  • caseine: presenti nel latte vaccino. Non si risolve il problema con i latti delattosilati
  • lectine: presenti nella parete dei legumi e della frutta secca
  • carboidrati raffinati con alto indice glicemico: aumenta la glicemia e i trigliceridi. Il soggetto ha più grasso bianco e cellule infiammatorie.

Questi cibi attaccano la parete intestinale disattivando la proteina zonulina e aggravando l’aumentata permeabilità intestinale. Ecco perché diventa importante eseguire un test d’intolleranza (Recaller) che evidenzi l’infiammazione da cibo. Solo con una dieta adeguata il problema potrà essere risolto. Raccomando di non fare il fai da te. Sono molti coloro che, su consiglio di amici o per aver letto qualche rivista, si mettono a dieta eliminando tutte queste tre categorie alimentari. È un grave errore questo che non porta certo a guarigione. Rivolgersi sempre al medico esperto per un indirizzo equilibrato alimentare.

Dieta e test per l’infiammazione da cibo

Un lavoro danese ha evidenziato che in molte malattie infiammatorie del colon aumentano le citochine specifiche legate ad ipersensibilità da cibo. In questo caso la misurazione del Baff e del Paf permette di individuare il profilo alimentare individuale con cambio dell’alimentazione che quantomeno aiuta a controllare i disturbi gastrointestinali.  L’alimentazione deve essere equilibrata come la Dieta a Zona che si è dimostrata di aiuto nel controllo dei sintomi articolari e irregolarità dell’alvo.

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Il ruolo della dieta nel paziente con spondilite

Nelle malattie reumatiche infiammatorie la dieta ha una validità terapeutica confermata dai numerosi pazienti che vi ricorrono. Oggi si mangia troppo e male. E’ peggiorata la qualità dei cibi che si consumano mentre altri alimenti necessari (frutta, verdura, proteine di derivazione animale magre) sono introdotti in quantità insufficienti.

Anche nel paziente con artrite psoriasica l’alimentazione è spesso ricca di carboidrati come pasta, pane, riso, legumi, succhi di frutta, bevande edulcorate. L’aumento della glicemia comporta un aumento dell’insulina per abbassare i picchi glicemici.

Che succede se c’è spesso iperinsulinemia?

In questi casi l’insulina produce l’acido arachidonico responsabile della produzione di ormoni infiammatori (eicosanoidi PgE2). Questo spiega perché sono spesso gli stessi pazienti che notano che tutte le volte che non assumono carboidrati, soprattutto raffinati ad alto indice glicemico, i dolori e l’artrite migliorano.

La competenza del reumatologo nutrizionista

La dieta in questi pazienti deve essere di competenza dello specialista reumatologo perché conosce l’ìmmunologia e il rapporto tra intestino (microbiota) e  malattie autoimmunitarie.

Non dimenticare l’intestino

Non va trascurata l’infiammazione e la disbiosi intestinale che sono responsabili dell’aumento della permeabilità intestinale. In questi casi applico un protocollo con pre e probiotici per ripristinare la flora batterica intestinale e il suo microbiota intestinale.

Ho notato che non solo migliora la sintomatologia articolare ma anche il benessere psichico. Ricorda che un intestino ben funzionante aumenta la produzione della serotonina, ormone che controlla l’ansia e la depressione.

Tutte le diete vanno bene?

Fra tutte le diete attuali una sola si è dimostrata efficace nel controllo dell’infiammazione: la Dieta a Zona .

La dieta è nota già dal 1992 ed è stata studiata dal ricercatore americano Barry Sears, noto ricercatore che si occupa di infiammazione e metabolismo dei grassi. La sua efficacia nell’infiammazione si ottiene grazie al controllo esercitato dai cibi sulla secrezione dell’insulina, ormone dell’infiammazione.

Per raggiungere l’obbiettivo basta bilanciare tutti i pasti con i 3 macronutrienti:

  • Carboidrati 40% (a basso carico glicemico, preferire verdure, frutta; pochi cereali integrali e zuccheri)
  • Proteine 30% (carni, pesce e formaggi magri, con pochi grassi saturi)
  • Grassi 30% (grassi polinsaturi ricchi in acidi omega-3 che riducono TNF-alfa, IL-6)

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Dottor Giuseppe Bova
Dottor Giuseppe Bova
Reumatologo e Nutrizionista Clinico. Ho posto la medicina integrata alla base della mia formazione medica e del mio lavoro clinico, integrando le terapie convenzionali e la medicina naturale. Nel corso degli anni, lavorando ogni giorno con i miei pazienti, ho approfondito le conoscenze dell'immunologia reumatologica.